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Vita standard di un venditore provvisorio di pezzi di nera

Sto leggendo "Gomorra". Nel leggere gli apprensivi arrivi dell'autore sul luogo del delitto, sempre a fermare il moto di nausea che sale da dentro quando ci si deve confrontare con la disarmante materialità della morte dei morti ammazzati, ho ripensato la mia piccola e insignificante carriera da cronista di nera. Quasi diciott'anni ormai che faccio questo mestiere, quasi mai ho lavorato sui delitti. Non sono un bloodhound né un beagle, piuttosto - per stazza e dentutaggine - un volpino di Pomerania, un cagnolino da salotto insomma. Qualcosa ho fatto, certo, e sempre da secondo. Il G8 è un discorso a parte, tutti eravamo prime firme e tutti eravamo badilanti preoccupati solo di schivare le mazzate, la mattina del sabato a piazza Alimonda, che poi sta a poche decine di metri dal giornale, a far da circospetto caronte a colleghi laureati come Ceccarelli e la Di Gregorio, dopo che gli amici di Giuliani avevano menato un paio cameraman giapponese distruggendogli la macchina. Un giorno o l'altro lo racconto, il mio G8 da soldatino semplice, che aveva lasciato a casa la pettorina gialla con scritto "press" che ci aveva dato il nostro sindacato credendo di risparmiarci guai, invece con l'aria che tirava le avremmo prese dagli uni e dagli altri, infatti nessuno la indossò. Ma quella storia è tutt'altro che pertinente alle mie povere esperienze di nerista ausiliario.

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Ai tempi di Bilancia, che poi si seppe solo dopo che era un uomo solo a fare tutto quel cafarnao, mi è capitato di andare a fare il colore. Qualche volta a toccare con mano la miseria di certe ricchezze, la piccolezza di certi grandi. Al secondo omicidio sui treni, quello sul Genova-Ventimiglia, i miei capi ebbero un'idea originalissima: mandiamo Rissetto sullo stesso treno, esattamente una settimana dopo. Trattavasi di un indegno localaccio, che fermava proprio dappertutto, col percorso poi delineato su una tratta lungamente monobinario: quattro ore da Brignole alla frontiera.
Mi presentai con una certa fiduciosa rassegnazione alla stazione, all'ora della partenza del treno. Il mondo era come impazzito: di sette carrozze quattro erano chiuse, c'erano più ferrovieri e poliziotti in incognito che passeggeri veri, poi immaginavo che ci fossero altri giornalisti. Primo stacco di cialtroneria: salirono anche il giornalista e l'operatore dell'azienda di Stato, anzi due operatori. Alla partenza girarono qualche immagine, solo che scesero alla fermata di Sampierdarena, il resto repertorio, quello che trasmisero non lo vidi mai. Provai a girare il treno, o meglio le quattro carrozze aperte, per vedere il paesaggio umano: una della squadra omicidi che conoscevo di vista, perché non priva di una certa bellezza borbonica e quindi risaltante nelle foto delle conferenze stampa sugli arresti alle quali mai avevo partecipato. Stava lì, come esca per un eventuale assassino desideroso di bissare la precedente prodezza, scortata due scompartimenti più in là da un collega armato.
Ovviamente, su quel treno non successe nulla. C'era da inventare tutto, io avrei scritto un pezzo giocato sul tema di Ascenseur pour l'échafaud, decisamente brutto e svogliato. A Ventimiglia passate le undici di sera non c'era più nulla, mangiai una specie di pizza in un localaccio dalle parti della stazione. Il giornale mi aveva prenotato l'albergo più triste della mia vita, se la gioca al fotofinish con uno di Como bazzicato lo scorso agosto per un collegiale della Sampdoria a Chiasso, il letto singolo era proprio piccolo piccolo e attaccato alla parete, il copriletto di materiale plastico.
La mattina dopo, ripartendo per Genova dove avrei preso la multa sull'autobus perché non avevo biglietto e la rivendita alla domenica mattina era chiusissima, all'edicola della stazione comprai i giornali. Un grande inviato di un grande quotidiano nazionale aveva già scritto il pezzo che io ero stato incaricato di preparare "domani su dopo". Sì, era così. Dal nostro inviato, treno Genova-Ventimiglia e poi la firma. Peccato che su quel treno costui non ci fosse salito. Lo posso dire perché si trattava di un collega molto famoso, dal volto noto perché spessissimo presente in tv. Se ci fosse stato, anche travestito, l'avrei visto comunque. Si era inventato tutto. Un pezzo scritto benissimo, non c'è che dire. Molto migliore di quello che avrei scritto. Ma pensato da qualche altra parte che su quel treno.
Qualche tempo dopo, questo collega, l'ho incontrato su un altro servizio. Quella volta c'era veramente, era lui. Eravamo sulla nave elettorale di Berlusconi, io seguii solo la prima parte del viaggio da Genova a Napoli, tre giorni quindi. Anche quella sarebbe una storia da raccontare, ripensandoci. Tra i colleghi, restai impressionato per la gentilezza e l'umiltà da un giovane già in carriera, straordinariamente somigliante alle foto che avevo visto di suo padre, prima quand'ero piccolo e poi negli anni a venire. Poteva darsi delle arie ma non lo faceva. Ma torniamo al fantasma del treno. Ci trovammo una sera accanto a cena, avrei voluto chiedergli: scusa, tu quella sera sul treno di Bilancia non c'eri, ti sei inventato tutto d'accordo coi tuoi capi oppure gli hai detto che c'eri andato e invece no? Poi non gli ho detto nulla. Ora ha un grado dei più alti in uno dei più importanti giornali nazionali.

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Mi sono tornato a occupare di nera tra lo scorso e quest'anno, per via di una particolare situazione temporanea che si era creata nel nostro giornale. Abitando nel centro storico, essendosi imbruscata la situazione di ordine pubblico in zona, ho scritto svariati pezzi di ambiente in pagine su fattacci. Poi, una mattina presto, mi hanno tirato giù dal letto perché a 500 metri da casa mia, dall'altra parte di via San Lorenzo, a notte fonda avevano sgozzato una ragazza. Si chiamava Luciana Biggi, una bella ragazza che faceva l'istruttrice di aerobica, qualche sera fa il suo caso è stato analizzato a "Chi l'ha visto". Il principale e unico indiziato è l'ex fidanzato, a suo carico ci sono svariati indizi (poche ore dopo il delitto ha fatto lavare abiti e scarpe usati quella notte e si è trasferito nella casa di campagna, alcune sue dichiarazioni autodifensive sono deboli) ma nessuna prova schiacciante. L'indagine è ancora in corso. Quella mattina sono arrivato là che il corpo non c'era già più, ma il sangue per terra era ancora fresco. Al pomeriggio e qualche giorno dopo ho scritto questi due pezzi, gli ultimi per ora della mia piccola carriera di nerista ausiliario.

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C’è troppo nulla qui, tutto è vuoto. Le bottiglie di birra, i pacchetti di sigarette, i ponteggi velati di un tulle smeraldino, gli sguardi di chi passa e si segna. All’ombra di Palazzo Salvago, nel vicolo di San Bernardo, già si è rappreso il sangue che urla ancora sull’ardesia. Scuro come un mantello di dolore, rilascia bagliori desolati, come se la vita cifrata in ogni globulo non volesse svanire del tutto. Scafati sacrestani del male, uomini e donne della scientifica in tuta di carta e guanti di lattice raccolgono oggetti muti per farli parlare, scattano foto sperando di animarne il negativo, braccano spettri inafferrabili. "Sempre loro" sussurra una donna anziana che passa, per rinserrarsi nell’assurdo di un uscio posticcio, una saracinesca che s’apre come un portone. Ha già condannato l’assassino: lo straniero, l’altro, l’immigrato. Poi magari, come accadde a Novi Ligure in casa De Nardo, il finale è diverso; ma il senso della storia non cambia, in un tessuto sociale che, come una cosa viva, si necrotizza per difetto di vascolarizzazione. Ancora una volta, nella Genova antica ormai vecchia, si pianta una croce che assomiglia a una bandiera di resa. Persi nella nebbia è la prima scritta sul muro, Sol para la vida / dados para jugar / soldados para matar è la seconda, Forza Liboni è la terza. Mancherà fino a sera il nome di un povero corpo di donna, ormai l’assenza di un’assenza, usurpato e lacerato prima che l’alba discreta incipriasse queste pietre che docili hanno visto scivolarvi gli anni e i secoli. La giovane barista del locale a pochi metri dal vicolo del delitto, sigillato dalle strisce biancorosse della polizia, è arrivata come tutti, tranne il sicario: tardi. "L’avevano già portata via, non ho visto nulla". Ogni parola porta una tessera, a ricostruire un’esistenza svanita. Gli stivaletti, il tatuaggio di un angelo, la felpa. La carotide e la giugulare che non ci sono più. Maria Mater Dei guarda la scena dalla nicchia del palazzo antistante, come usava una volta per grazia ricevuta in mezzo al mare. Ma il piccone non batte piano, non serve supplicarlo, molte sono le edicole vuote in questo labirinto di pietre: non ci sono più Virgo Fidelis, Sedes Sapientiae, Causa Nostrae Laetitiae, segno di una santità fuggita o derubata, usurpata dal demonio che stende le sue ali fuligginose sui fazzoletti di cielo tra un tetto e l’altro. Uomini e donne hanno l’aria di reduci da una guerra di trincea, sporca e macellaia come la prima del Novecento; quando però il nemico te lo trovavi davanti, in faccia, e allora era questione di chi fosse più svelto. Ma qui non si vede nessuno, almeno fino a che è troppo tardi. E’ un esercito cupo di invisibili, che brulica nell’oscurità come la moltitudine dei topi dai grossi denti gialli, che sbucano dai tombini quando il giorno è già finito oltre il filo dell’orizzonte. "Io oggi trasloco da qui - dice un ragazzo affacciato dal portone dirimpetto, davanti a uno splendido androne colonnato rinascimentale - per andare alla Maddalena. Diciamo che sono sempre in guerra". Dappertutto non è facile vivere. Qui sarebbe più bello che altrove: si respira la storia di una città e di un popolo, i palazzi raccontano di un tempo perduto, come soltanto a Venezia e a Lisbona. Gemono però le travature tarlate, si sbriciolano le pareti muffite, corrose da un male invisibile e devastante. Le dolenti sentinelle protese verso il nulla che pulsa lanciano le solite accuse: venite qui solo quando muore qualcuno, altrimenti ci lasciate soli e magari scrivete quanto è bella la vita notturna del fine settimana, che per noi è un problema in più, tra gli ubriachi che girano, gli spacciatori infrattati nei portoni in cerca di clienti, tutti stranieri, troppi stranieri, nessuno li controlla, nessuno sa chi siano, quanti siano, che cosa facciano, ecco che cosa fanno. Lassù, sulla piazzetta, c’è una telecamera che non ha visto nulla. O forse ha visto proprio tutto il nulla che c’è, troppo, in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Pensi che poche ore prima quel sangue per terra passava in un cuore di giovane donna viva e ora è lì, spento, tra polvere e rumenta intoccabile, fino a che non toglieranno le strisce. Silenzioso e straziante frusta i nervi il grido di un clarinetto, è una battuta del Vocalizzo per l’Angelo che annuncia la fine dei tempi, secondo movimento del Quartetto; Messiaen lo scrisse nella desolazione del lager di Görlitz, ai tempi di pietà l’è morta. Pure qui, ancora una volta, in questo cuore di Genova che pure sarebbe quanto di più bello c’è in città, pietà l’è morta. Quel sangue l’hanno già lavato via. Non si vede più. Si vedrà per sempre. L’ottavo movimento, l’ultimo, per piano e violino, è la Lode all’eternità di Gesù. Poco altro in cui credere.
(Corriere Mercantile, 29 aprile 2006)

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Silenzio, si vive. O si dovrebbe. Hanno rovesciato la clessidra, ieri sera nei vicoli a est di San Lorenzo. Niente colori, tutto dipinto in nero, io volterò la testa fin quando arriva il nero: come nei Rolling Stones, o nel miglior Salvatores. Bar e locali chiusi, in segno di lutto per la sventurata Luciana, ma anche per polemica contro dotti, medici e sapienti. Quello strano vento grasso e chiassoso che spazza nottetempo i lastricati dalla metà della settimana, per alcuni è infatti la terapia, mentre a detta d’altri integra una variante del morbo. Lo chiamano con un nome straniero, movida; e la questua linguistica già tradisce la fragilità di un innesto che denuncia saltuari sussulti, ma profondi, di rigetto. Per i vichi marini nell'ambigua sera cacciava il vento tra i fanali preludii dal groviglio delle navi: era il 1907, Dino Campana aveva poco più di vent’anni e portava al guinzaglio se stesso nella vecchia Genova, scrivendo e riscrivendo per tutto il suo piccolo tempo lo stesso libro. La sua animula vagula e blandula pellegrina da allora, inesaudita, tra la grotta di porcellana di Salita Pollaiuoli e il nascondino di pietre che dissimula la cenere degli astri, Canneto, Giustiniani, San Bernardo. Qui, una settimana fa, la notte che presero il vino e ci lavarono la strada, a ridosso di Palazzo Salvago, è morta ammazzata una ragazza, troppo innamorata della vita fino a farsene travolgere. E la gente che resiste, navigando a bordo dei palazzi rinascimentali che hanno attraversato i secoli, ha chiesto a tutti di fare silenzio, di disoccupare le strade dai sogni chimici. Per una volta, nell’impossibile speranza di strappare le lancette a un orologio corso troppo veloce. Così, ieri sera, scoccate le 21, il nulla si è reimpadronito della zona dove una settimana fa era tornato a scorrere il sangue. Era una dimostrazione, uno sciopero, un corteo immobile. Alcuni pensano infatti che la città antica possa sopravvivere alla necrosi sociale soltanto infondendovi vita, comunque trasfusa. Meglio così sarebbe l’andirivieni euforico e rumoroso delle notti di tendenza, che la cappa di buio destinata a dissimulare i traffici più lerci. Spenti i rumori, spenta anche l’insegna di quell’ultimo caffé. Soltanto lo zampettìo dei topi punteggiava il silenzio che avvolgeva il groviglio dei vicoli. In tutto questo silenzio, si poteva riflettere. Da una parte, va neutralizzata la strisciante colonizzazione malavitosa, compiuta da stranieri senza tetto né legge. Ma il carnevale permanente della night fever, tanto di moda tra chi nei carruggi non vive e magari non li ha mai visti alla luce del sole, per certi versi è un rimedio peggiore del male. Risse e altri reati figliati dall’alcool o altro, fino ad albe che illuminano tappeti di bottiglie rotte e chiazze organiche. Tra il vuoto, respirato ieri notte davanti alle serrande abbassate, e il caos dev’esserci un punto mediano. Facendo pulizia prima, e non alla fine della festa.
(Corriere Mercantile, 3 maggio 2006)

Pubblicato il 15/11/2006 alle 17.27 nella rubrica Storie.

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