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Flachi, is there a time for Christmas trees

Avrà negli occhi la stessa luccicanza di Steve Mc Queen, quando lascia l’Isola del Diavolo galleggiando su una specie di grosso turacciolo. Oggi scade la squalifica e domenica Francesco Flachi potrà tornare in campo: ieri si è allenato da solo al Mugnaini, nel piovoso deserto di un lunedì di poca festa. Come si faccia a ripartire daccapo, il numero 10 doriano sa bene: tutta la sua carriera si declina nei daccapo. C’è una canzone degli U2 che parla del primo concorso di bellezza, tenutosi tra le macerie della Bosnia alla fine della guerra; una sera d’estate di un anno fa a San Siro, Bono Vox l’ha cantata, o meglio sussurrata, su un palco montato proprio sul dischetto servito a Flachi a settembre per segnare a Julio Cesar: un’emozione da poco, ma per ora l’unica di quest’arida stagione bianca. Dal giorno in cui Valcareggi jr. chiamò Arnuzzo, per dirgli che la Fiorentina non avrebbe rinnovato il contratto di Flachi, sono passati otto anni. I più difficili della storia doriana, ma anche i più belli: perché hanno segnato per sempre il confine tra l’effimero e il vero, tra la moda e l’amore, tra gli yè-yè e chi come un principe pensava e pensa che "Una guerra si può perdere, ma con dignità e onore, la resa e il tradimento hanno invece incidenze morali immani". Erano anni di fuggi fuggi, di ragazzi sbranati dalla primavera, il mare di Bogliasco non era più mare, la Sud non era più la Sud, lo strombazzato stile-Sampdoria tramontava tra schizzi e sinistri barbagli ustori. Nel pieno di questa danza macabra, Flachi che aveva firmato per la A si trovò in B; mai però pensò di tradir meglio, scordar meglio, parlar d’altro. Si prese in spalla il Doria, al lume abbacinante del suo genio fragile, vincendo ostinazioni e ostilità assortite, fino a firmare con una doppietta, nella notte fin qui più bella di quest’epoca, il ritorno in A: senza sapere che di lì a qualche settimana, per premio, gli avrebbero messo davanti perfino un giapponese. Neppure allora si arrese, figuriamoci stavolta.
In questi due mesi, senza di lui, la Sampdoria è diventata triste come il vino bevuto e pagato da soli alla propria festa. Talvolta ha vinto, ma quasi senza allegria, per inerzia. Mancava l’uomo delle stelle. Francesco andava allo stadio come un tifoso, non ha ceduto alla tentazione populista della presenza in gradinata: al suo posto di tribuna si agitava, quanto avrebbe voluto saltar giù. Ora il momento, vivadDio, è arrivato.
"E’ dura stare fuori - ammetteva - ma i miei compagni sanno benissimo farsi onore anche senza di me". Intanto, però, contava i giorni e anche i minuti. "Non vedo l’ora di rientrare in campo anche se non sono indispensabile" ripeteva a se stesso e a chi poteva ascoltarne la scansione della rincorsa a se stesso. Voltagabbana e banderuole, pecore pasciute di vento redigano pure i loro lunari senza lune, dove agli anni del Doria ne manca sempre qualcuno, sempre gli stessi; anche il nuovo rinascimento, locuzione guardacaso verdiglionesca, parla nel fiorentino di Campi: il gol del 2-0 al Messina il 5 maggio 2002, l’urlo nella telecamera, le rovesciate di Santa Lucia a Perugia, l’acrobazia rasoterra di Udine, fino alle vane prodezze di Setubal e Lens, emblema di quel Se fosse stato per lui che è la sua cifra di talento inappagato. Flachi vuole riprendersi i due mesi che gli hanno tolto e non sarà un problema, per uno che era andato a Reykjavik per niente. Si era già tolto la tuta, era a bordo campo in piedi accanto al quarto uomo, aspettava soltanto che il pallone finisse fuori. Invece si fa male Zambrotta, deve uscire. Lippi guarda Flachi e nei loro occhi c’è la stessa nostalgia di quel che non accadrà più; poi fa entrare Favalli. Negli ultimi anni, più che in quelli vialliani, il treno che va dalla Sampdoria alla Nazionale non fa più fermate neanche per pisciare, si va dritti a casa: ci hanno giocato Bazzani, Volpi, Bettarini, Zenoni, Falcone, Bonazzoli, Diana, Palombo, Delvecchio e Terlizzi. Francesco no; ed è quello che lo avrebbe meritato più di tutti. Cosa vuoi che siano, allora, due mesi: c’è un tempo per i fiocchi e un tempo per gli alberi di Natale e c’è un tempo per apparecchiare le tavole, quando la notte è candita dal gelo.

(Corriere Mercantile, 21 novembre 2006)

Pubblicato il 21/11/2006 alle 13.18 nella rubrica Persone.

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