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Luciano Spalletti, il ricordo comincia con la cicatrice

il personaggio
di STEFANO RISSETTO
Passi la vita accanto a persone di cui non ti resta niente, scivolano via come gocce sul vetro. Ad altre, invece, basta un giorno per raggiungere quota sempre: lontano dalle invidie della gente, a tutti i suoi retaggi indifferente. In pochi mesi Luciano Spalletti è diventato doriano per rimanerlo. Anche se la sua stagione a Genova fu la più amara. Aveva quarant’anni, l’entusiasmo giusto, lo stesso talento di oggi, un presidente più giovane di lui e innamorato della Sampdoria, una squadra che stava mettendo radici e presto sarebbe fiorita. Tutto spazzato via, come un roseto bombardato dalla grandine. "Il tifoso doriano ama e basta, aiuta la squadra. E forse sa ricordare. Anch’io sono rimasto affezionato a quella gente. Quando arrivai, sapevo che avrei dovuto provare a gestire un ridimensionamento consistente e i relativi malumori dell’ambiente. Tuttavia - ha sempre detto - non riesco a non pensare che mi sarebbe bastato Montella per qualche partita in più". Adesso Montella gioca di nuovo per lui, ma non è la stessa cosa. Come Alvaro de Campos, si affaccia alla stessa finestra di tanti anni prima: ma è cambiato lui, è cambiata Lisbona, scorre inesorabile l’acqua del Tago a diventare oceano, sempre la stessa e già diversa, e io non voglio più essere io.
A ritrovare Sensini, Spalletti ci aveva messo molto meno. Già, estate 1998. Mantovani e Arnuzzo avevano pensato all’argentino, come punto di equilibrio di una squadra che poteva contare sul già citato Aeroplanino e poi Laigle, il numero 10 della Nazionale argentina, Balleri, Lassissi, Doriva, Pecchia, Franceschetti, Castellini e Vergassola. Non era certo una banda crepacuore, così invece dipinta a posteriori dalla canaglia di servili riscrittori del passato. Era una squadra più forte del Doria di oggi. Andò in B ma il come e il perché si erano visti sul momento, a occhio nudo. E invece qualcuno continua a dire, e sempre dirà, che Gesù Cristo è morto di freddo, e che sono stati i grattacieli di Manhattan a scagliarsi contro gli aeroplani; su ordine, s’intende, del Mossad.
Sensini non volle lasciare Parma. Quella sì che era una società solida. "Il primo giorno a Udine - è il ricordo di Spalletti - lo guardai in faccia, Nestor. Gli dissi soltanto: con me tu devi dare il doppio del doppio, perché sei stato l’inizio dei miei guai. Scherzavo, ma tutto sommato non scherzavo".
Quanto dolore. "Con Trentalange - è il ricordo - da allora ci siamo rivisti, abbiamo parlato, stabilito un buon rapporto. Però quell’errore produsse conseguenze gravi e irreversibili".
Oggi Spalletti è il decimo re di Roma, dopo Falçao e Totti oltre a quelli canonici. Vola troppo alto, in tutti i sensi, per una Sampdoria spartachista e spartana. Eppure, all’idea di emulare Bersellini, retrocesso nel ‘77 e vincitore del primo trofeo nell’85, Luciano non trattiene un "Come no".
Quasi un anno fa, tornò a Marassi. Mancava una settimana a Natale, tre sere prima il Doria era uscito dall’Europa. A fine gara, in sala stampa, aveva la faccia di uno che si sente a casa. Charles Foster Kane che ritrova lo slittino perduto dell’infanzia, Ulisse coperto di sale che viene riconosciuto dal suo cane cieco, David Noodles Aaronson davanti alla ruspa che scempia il lapidario della memoria di Brooklyn e quindi la sua memoria. "Ho visto Lens alla televisione - disse - che sofferenza, non meritavamo di perdere". Meritavamo. Dietro quella prima persona plurale c’è tutta la storia tra Luciano e il suo Doria. Come le poesie avanguardiste, non finisce col punto ma con un punto e virgola, o i due punti. O meglio: è di quelle storie che non finiscono. Eterna attesa, corda tesa da spezzare; e tanta voglia, tanta voglia di tornare.

(Corriere Mercantile, 24 novembre 2006)

Pubblicato il 24/11/2006 alle 13.2 nella rubrica Persone.

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