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Scaramanzie alberghiere, da Goteborg a Messina

Per fortuna che alla Sampdoria stanno attenti alle spese, altrimenti non so come sarebbero stati anche i miei sabati, visto che le domeniche mi è noto assai.
Tutto parte dalla trasferta in Sicilia di un paio di settimane fa, anzi da quella in Isvezia del maggio 1990. Sembra un assurdo e lo è, anzi no.
Nel calcio, le regole scaramantiche sono più osservate di quelle della fisica classica. Così quando nella tarda mattinata del 2 dicembre, nel piazzale del velodromo Borsellino allo Zen di Palermo, ho chiesto all’addetto stampa della Sampdoria dove avrebbe dormito la squadra a Messina, sapevo già la risposta e al tempo stesso speravo fosse un’altra.
Nel campionato precedente, il Doria aveva fissato il ritiro prepartita al Jolly dello Stretto: subendo una violenta intossicazione gastroenterica collettiva, conseguenza di un probabile ritocco - doloso o colposo, chissà - dell’acqua minerale bevuta da tutti - dirigenti, tecnici, giocatori - a cena; però vincendo, 4-1, il pomeriggio seguente. Ecco la scaramanzia del calcio: se si fosse trattato di un gruppo di agenti di commercio o inviati della Salvation Army o casters del Grande Fratello, in ricordo di quella debilitante disavventura da un anno all’altro avrebbero cambiato albergo. La Sampdoria no, una vittoria in trasferta valeva bene tutto il resto.
Purtroppo, la mia segreteria di redazione aveva prenotato per me una stanza nello stesso albergo della squadra. E la mia segreteria di redazione alle 19 del venerdì sera fa ciao e va a casa, per rivedersi al lunedì mattina. In più la stanza era già stata prepagata, impossibile insomma cambiarla. Ma se all’indomani la partita fosse andata male, alla Sampdoria qualcuno avrebbe inevitabilmente associato la mia presenza in albergo con la sconfitta; e insomma, nel mondo del calcio ci vuol poco a prendersi la patente del gatto nero. In più il Doria non vinceva fuori casa da 11 mesi (ultima volta il 14 gennaio a Lecce, col collega del XIX ci avevamo scherzato tutto il tempo del viaggio, eravamo ormai stufi di scriverlo) e il Messina veniva da tre sconfitte consecutive, difficile ne perdesse un’altra, l’ultima in casa 1-3 con la Lazio. Boh.
Io e il collega del Secolo XIX, partiti in auto da Palermo un’ora prima della squadra, eravamo in vantaggio sul pullman e quindi arrivammo a Messina nel tardo pomeriggio. Io salii nella mia stanza al Jolly dello Stretto, dovevo ancora scrivere i miei pezzi, ci misi un’ora e mezza e allora chiamai l’addetto stampa del Doria per capire dove si trovasse la squadra e quindi se potessi uscire: una volta fuori dall’albergo, sarei andato al ristorante e quindi rientrato tardi, nessuno mi avrebbe visto. “Siamo a venti minuti da Messina” mi venne risposto. Trasmisi i pezzi e uscii: incontrando la squadra che stava scendendo dal pullman. Mi passarono accanto tutti, compreso il lusosvizzero Fontes Da Mota, i magazzinieri.
A frittata fatta, fermo l’amministratore delegato Marotta e il direttore generale Marino e dico loro: “A me finora è capitato una volta sola di dormire alla vigilia nello stesso albergo della squadra, domani sera dopo la partita vi dirò quando e dove, anzi basta o il quando o il dove”.
Io lo sapevo bene, dove e quando. Alle sei del mattino di lunedì 7 maggio 1990, partendo con una ventina di amici dalla stazione di Sestri Levante sul rapido per Milano, con la prospettiva di passare la notte fra treni e traghetti fra Amburgo e Copenhagen, prima di arrivare a destinazione alla metà del pomeriggio di martedì, avevo i programmi chiari in testa. Fino a venerdì sera, per una sola notte avrei dormito in un letto: quello del SAS Hotel di Goteborg, dove io Michele e Fabio avevamo prenotato una tripla.
Quante ce ne sarebbero da raccontare di quel viaggio, il più bello e divertente della mia vita, se Dio vorrà un giorno o l’altro mi ci metterò e ne verrà fuori qualcosa di esilarante davvero.
Ma qui conta solo che quando arrivammo a Goteborg, stremati dal viaggio e da quanto combinato nel frattempo, scoprimmo alla conciergerie del SAS che la prenotazione non risultava. Per nostra fortuna, l’agente che ce l’aveva fatta era lì, appena arrivato con un viaggio organizzato in charter e quindi bello fresco come una rosa. Michele lo scrollò da terra e gli urlò, davanti alla ragazza del ricevimento e a un mare di gente, “ora ci trovi una stanza o ti stacco la testa”. So solo che mi trovai su un taxi, e poi davanti a un albergo proprio a ridosso dello stadio Nya Ullevi, dove il giorno dopo la Sampdoria avrebbe giocato la sua seconda finale consecutiva di Coppa delle Coppe, dopo quella perduta il 10 maggio 1989 a Berna contro il Barcellona.
Nemmeno il tempo di accreditarci, di premere il pomello dell’ascensore che ci avrebbe portato alla stanza, che si aprì la porta dell’ascensore per svelare le figure a me note di Paolo Mantovani e Mario Rebuffa, presidente e segretario generale della Sampdoria. Quest’ultimo, un personaggio leggendario, mi disse “Rissetto ma che cazzo ci fai qui? L’albergo è tutto prenotato dalla Sampdoria!”. Mantovani invece non disse niente, sorrise e basta.
Posammo la borsa in camera per riscendere subito, mentre la squadra stava andando a piedi all’Ullevi per la rifinitura. Raggiungemmo la stazione e ci sedemmo al bar a mangiare un piatto di gamberetti piccanti, come avrei fatto quindici anni e mezzo dopo, ma stavolta da inviato del mio giornale, risedermi allo stesso posto e mangiare lo stesso piatto a distanza di così tanto tempo, a 3500 chilometri da casa, sarebbe stata una sensazione intollerabile senza berci sopra la giusta dose di birra.
Come avrei passato quella notte, in un albergo vuoto o quasi tranne Vialli, Mancini, Pagliuca e gli altri che all’indomani avrebbero vinto la Coppa delle Coppe, ci vorrebbe qui troppo tempo. Ma ricordo tutto: Fabio che russava come un contrabbasso, io che a un certo punto faccio la mossa di prendere il materasso per andare a dormire nella vasca da bagno, questo per dire la tensione. E dalla finestra si vedeva lo stadio, con quella copertura retta dai fili d’acciaio pendenti dalle torri, come giganteschi vestiti da sposa solitaria.

Ricordo tutto e così ebbi buon gioco, all’imbrunire del 3 dicembre negli androni del San Filippo di Messina, dove il Doria aveva vinto (faticando, con molta fortuna, ma vinto) per 2-0, a dire a Marotta e a Marino quale fosse stato il mio unico precedente simile a quello del Jolly dello Stretto. E Marino: “Allora vuol dire che sabato prossimo ci vediamo all’Astor di Nervi”, cioé l’albergo dove la Sampdoria si trova in ritiro prima delle partite a Genova.
Naturalmente non ci sono andato, cosa potevo dire a casa, come minimo sarei stato accusato di avere l’amante, trovassi un’altra scusa che la scaramanzia del calcio. Non ci sono andato e la Sampdoria col Siena ha fatto solo 0-0. Spero che per domenica a Marino non venga l’idea di portarmi a Reggio Calabria con la squadra un giorno prima.

(Scrivo questo post perché ieri a Bogliasco avevo raccontato questa storia a un caro amico e collega, un altro dei non moltissimi dotati di un superiore senso di civiltà, educazione e rispetto. Lavora per un giornale nazionalissimo, il più importante anzi, e quindi raramente si aggrega al nostro pattuglino di inviati, il che mi dispiace perché è persona rara. Alla fine ha convenuto che era una storia da scrivere in un articolo, ma che nei giornali queste cose non ci stanno. Così l’ho buttata giù alla come viene viene, tanto per esaudire un ricordo).

Pubblicato il 13/12/2006 alle 15.10 nella rubrica Calcio.

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