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Perché Delvecchio

L’estate scorsa, a Moena, io e gli altri due inviati eravamo depressi assai, aggregati al ritiro di una squadra di antieroi. Decidemmo così di eleggere a nostro divo il più improbabile dei candidati: Gennaro Delvecchio, ventottenne barlettano che nella prima gioventù non si era fatto mancare nulla (CND, C2 e C1, i derby del Tronto fra Sambenedettese e Ascoli) e che anche una volta arrivato nel calcio vero si era attenuto al registro della dannazione: era nel Catania quando i rossazzurri retrocessero in C1 salvo ottenere il famoso ripescaggio, l’anno dopo nel Perugia (era un poulain di Gaucci, come d’altronde Grosso e Materazzi ovvero i due eroi di Berlino, a riprova del fatto che la specchiatezza a volte è un di più e spesso un orpello) conquistò la promozione in A, salvo scoprire che la società era fallita e quindi lui era svincolato d’ufficio.
Costando zero il suo cartellino, fu a quel punto che se ne interessò la Sampdoria: tesserandolo non appena decretato lo scioglimento del Perugia. Delvecchio arrivò in ritiro a Chiasso, appena oltre confine, insieme con un altro mediano del Perugia, Gionata Mingozzi. Restò al Doria il tempo di una perniciosa amichevole postferragostana a Pavia. Lo stadio Fortunati sta a ridosso di un canale d’acqua morta, le zanzare sono milioni di milioni, quella sera in tribuna eravamo disperati, io avevo una sahariana e una sciarpa di lino, ma le zanzare entrarono lo stesso dappertutto, la mattina dopo ero a pois tranne che nella zona di pertinenza delle mutande, certi ponfi sulla schiena e sulle gambe e sul torace, come diamine avevano fatto quelle bestie a infilarsi fin lì. Mentre si compiva lo scempio, Delvecchio era in campo con la maglia nerocerchiata a menar tenebrosi fendenti con le sue lunghe daghe. Mi sembrava un attaccabrighe di talento, l’avrei tenuto. Invece dopo quell’amichevole lo mandarono in prestito al Lecce, dove naturalmente sarebbe retrocesso. Prima, però, all’ultima di campionato, sarebbe venuto a Genova a segnare e a vincere.
Alla ripresa della stagione, cioè dopo il Mondiale, lo tennero in rosa. Ma solo perché non erano ancora riusciti a definire con il Napoli o con l’Atalanta un prezzo congruo alle ambizioni realizzative di Garrone. Quando ci chiamarono all’Hotel Astor di Nervi, per intervistare i nuovi, lui venne escluso: noi ascoltavamo i Pieri e i Bonanni, mentre Delvecchio stava seduto su uno scalino a telefonare, ignorato da tutti, parlando probabilmente col suo procuratore che parlando con tutti i giornali sportivi lo dava già al Napoli.
Io, Vanni e Mauro eravamo in val di Fassa al seguito del Doria. Seconda metà di luglio, io col compleanno 42 che incombeva, appena arrivammo a Moena esplose il caso Vieri, che non era salito con gli altri in ritiro. Ed esplose quando già eravamo seduti a tavola, nell’unico ristorante della zona che valesse il viaggio, un antico molino di Cavalese dove lo chef è un allievo di Ferran Adrià. Niente, scappa dal ristorante e corri a Moena a rifare le pagine perché Vieri lascia la Sampdoria, anzi il calcio.
E poi le giornate tutte uguali, in quella Moena che dopo due giorni ti sembra piccola come un ascensore. Serviva un diversivo. Una sera andammo a cena al Tirol, attratti più dalla cameriera romena che dal pur esaltante tagliere di formaggi misti. Narcotizzando il tedio col Teroldego, decidemmo di puntare tutte le nostre poche fiches su Delvecchio, a parte che era già un successo aver stabilito – per interpretazione autentica – che quel cognome andava scritto tutto attaccato, non come quello del re degli occhiali o dell’attaccante oggi all’Ascoli, mancato eroe di Rotterdam 2002 per colpa di Wiltord e Trézeguet.
Venne il giorno della prima amichevole con la US Monti Pallidi, una squadra amatoriale dove il terzino sinistro era il cameriere delle colazioni del mio albergo. Quel pomeriggio accaddero due fatti dettati dall’angelo degli inviati: una tripletta di Delvecchio, ormai per noi Gennaro e basta, e un’entrataccia del mio cameriere delle colazioni su Volpi, che venne portato all’ospedale di Cavalese per tornarne in stampelle. Il capitano ne avrebbe avuto per un mese, la cessione di Delvecchio al Napoli tornò in forse. Pare che lo avessero immatricolato con un 40 distratto, un numero “ormai” che non sarebbe servito, né in omaggio all’ex velina Cristina, chissà. Erano convinti che non sarebbe servito.
Rimase invece in un Doria dove presto ci si sarebbe resi conto che c’era bisogno di tutti, anzi. A metà agosto, Donadoni lo chiamò in Nazionale, per ricordarsene ai tempi del doppio impegno con Croazia e Lituania.
Io, Vanni e Mauro eravamo sempre più esaltati. Già puntavamo di rado sui cavalli, ma addirittura su quello giusto ci sembrava troppo.
Ad Ascoli, alla seconda trasferta, il 24 settembre - vigilia di uno dei più importanti anniversari della mia vita, nonché giorno della più pesante sbornia di uno di noi, insospettabile invero, l’aveste visto barcollare in Piazza Capitani del Popolo appena usciti dal Tornasacco, non l’avreste riconosciuto – Delvecchio arrivò da ex sambenedettese e quindi fischiatissimo; però segnò il gol del pari quando il Doria era in dieci contro undici. E in sala stampa venne a dirci che dedicava a Dio tutto quel che faceva. Rovinandosi un po’, certo, il personaggio da Steve Buscemi o da Tim Blake Nelson che andavamo cucendogli addosso; o forse perfezionandolo con eccesso di manierismo.
Da allora Gennaro ha fatto gol, buone partite e partite meno buone. Ai primi del mese, a Messina, era contento per la vittoria, dopo undici mesi era l’ra. La domenica dopo, alla fine della gara col Siena, lo vedo negli spogliatoi e lui mi guarda subito la sciarpa, mi rimprovera dicendo che non è quella che avevo a Messina, io con questa storia delle sciarpe scaramantiche ci vado avanti da quando sono passato allo sport, ho sostituito le cravatte con le sciarpe. Ma Gennaro è scaramantico, la mattina della vigilia, al velodromo dello Zen di Palermo, doveva venire a farsi intervistare e invece arriva a dirci: “Ragazzi, quando parlo prima della partita, io vengo espulso e la squadra perde. Perciò lasciamo perdere, ci sentiamo domani”.
Stamattina, quando è suonata la sveglia alle quattro e mezza e dopo una mezz’ora di bradipismo, doccia e barba, mi sono vestito per partire, ho cercato una sciarpa simile a quella che avevo a Messina, più pesante però perché mi avevano detto che era freddo.
Be’, oggi non solo ho visto Delvecchio fare cose incredibili. Ho visto una delle vittorie esterne più folli e belle cui mi sia capitato di assistere di persona, e bazzico gli stadi – per passione e per lavoro – ormai da 37 anni. Ho visto Delvecchio scrivere un pezzo di storia del Doria. E scriverlo con la sua felice incoscienza.
Per tutta la settimana non si era capito se potesse giocare o no. Venerdì e sabato non si era allenato. Oggi, nel prepartita, si è riscaldato anche Bonanni, il suo probabile sostituto. Poi è partito titolare lui.
Questo era già qualcosa. Ma il bello doveva venire.
La partita va come va, contrariamente alle previsioni il Doria regge. Poi, a venti minuti dalla fine, Quagliarella s’inventa un gol pazzesco in rovesciata e va a festeggiare sotto il pezzettino di curva occupato da cento doriani venuti fin qui in treno, balla come se cantasse Agua de Março: tramontana dai monti domenica sera, è il contro è il pro è voglia di primavera, è la pioggia che scende è vigilia di fiera. L’ho scritti anche in uno dei pezzi per il giornale questi versi. E’ il fondo del pozzo, è il pullman che parte, è un viso col broncio perché stava in disparte. In quel momento, Delvecchio faceva il primo capolavoro della sua giornata. Ma nessuno di noi, in tribuna, se n’era accorto.
Passano i minuti e arriva il finale di gara, col cuore a spaccacostole. C’è questo 1-0 da tenere che ci permetterebbe di scrivere romanze su romanze, ma la Reggina ormai non fa che buttare palloni in area, ogni lancio è una mischia, ogni mischia è un rischio. Il clima, a bordo campo e in tribuna, è sempre più pesante. Al terzo minuto di recupero si scontrano l’attaccante della Reggina Bianchi e il portiere doriano Berti, che cade a terra e si contorce. Tutto lo stadio pensa che sia una simulazione, Berti è già ammonito. Arriva il furgoncino-barella, il portiere resta a terra, poi lascia il campo imbestialito a passi lenti lenti. Tutti in tribuna pensiamo che sia stato espulso per la seconda ammonizione per perdita di tempo, ma non c’è tempo di telefonare al giornale per chiedere conferme, la Reggina preme per riprendere il gioco, espulso o infortunato che sia Berti, la Sampdoria ha già fatto tutti e tre i cambi. Ecco Delvecchio che si toglie la maglia numero 40, resta in maglia della salute nera, andrà lui in porta perché è il più alto. Si allaccia i guanti con le guide di velcro, io e Mauro e Vanni ci guardiamo in faccia, sta per succedere qualcosa di impossibile, ci sono ancora un paio di minuti da giocare e il Doria ha il possesso palla, non deve succedere più nulla, la Reggina non deve più tirare in porta.
Invece il Doria perde palla, Maggio fa fallo su Leon, ecco che c’è una punizione al vertice destro dell’area. Sarà l’ultima azione, ma con un mediano in porta potrebbe bastare. Delvecchio dispone la barriera o meglio non la dispone. In tribuna è il caos. Leon sembra tentare la battuta di prima, poi tocca di lato per Mesto che sta arrivano a passi lunghi, uno due tre quattro, il tiro in porta.
Delvecchio ci mette i pugni, respinge, il pallone si impenna, riprova Amoruso in scivolata, pallone sul fondo. E’ finita, Rosetti fischia la fine.
Pazzesco. In campo succede di tutto. Bazzani si accascia, h preso una monetina in testa. Alcuni ragazzi scavalcano la griglia dalla gradinata e cercano di andare a picchiare i giocatori del Doria. Altri tifosi scrollano la recinzione di cristallo alle spalle delle panchine. Focolai di rissa dappertutto, decidiamo di lasciare la tribuna, trasmetteremo i pezzi dopo. Delvecchio ha fatto qualcosa di storico, ma non sappiamo ancora tutto.
Scendo, trasmetto tabellino e commento, poi esco nell’antistadio dove c’è il pullman del Doria. Ostendo il tesserino e il muro di agenti e militari in tenuta antisommossa si apre a feritoia, eccomi tra un caseggiato e il pullman, i giocatori arrivano a uno a uno mentre i tifosi reggini gridano insulti irriferibili. A Novellino un tifoso riesce a dare un euro guarnendo la donazione di laidezze, il tecnico ribatte “Lo terrò, porta fortuna”. Poi arrivano insieme Bazzani con la borsa del ghiaccio sulla testa, per via dell’altra moneta, e Gennaro. Mi guarda la sciarpa, non è quella di Messina ma lo è, perlomeno è la sua versione iperinvernale, anche se stavolta a Reggio sarebbe bastata quella originale. Non si rende ancora conto di quel che ha fatto, mi dice le due cose che servono per la terza apertura del giornale, dico due battute anche con Flachi e ci siamo.
Torno a scrivere, finisco alle sette e mezza, con tre pagine io e Matteo abbiamo fatto un buon lavoro, pur battendoci coi soliti difetti di trasmissione del computer.
Andiamo a cena, non al circolo velico chiuso per lavori ma quasi fuori Reggio. Primo briefing telefonico con l’addetto stampa, appena sceso dal charter a Genova: Berti polso rotto, Delvecchio ammonito salterà il Livorno mercoledì. Come ammonito? Pare che a fine gara abbia fatto il gesto dell’ombrello al pubblico. Il che implementerebbe la nostra idolatria. Chiama il giornale, fa’ aggiungere il dettaglio. Secondo briefing: si precisa il dettaglio, sempre di ombrello trattavasi, niuna volgarità però. L’ammonizione risale al gol di Quagliarella: nell’occasione Gennaro corre verso il settore dei tifosi doriani, strappa l’ombrello a un fotografo e accenna un balletto. Altro che Jobim, qui siamo in pieno Gene Kelly. Farsi ammonire di felicità per un gol altrui, prima di chiudere in porta e con una parata decisiva al settimo minuto di recuper una partita cominciata da mediano, quando un infortunio nemmeno avrebbe permesso di giocare: questo è Gennaro Delvecchio. Un tempo avevo Vierchowod, Pagliuca, Gullit e Platt come eroi, ora ho Delvecchio. Mica detto che fossi più felice dai vent’anni ai trenta che oggi, visto che qui dentro ho scritto di un certo anniversario che si duplica e moltiplica e rifrange potrei dire il contrario. Belli i Vialli, ma con i Delvecchio c’è più gusto.

(Reggio Calabria, Hotel Lungomare, 17-18 dicembre 2006)

Pubblicato il 18/12/2006 alle 1.1 nella rubrica Persone.

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