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Vola colomba... ma dove?

Da sempre i letterati veri negano che i cantautori possano reputarsi poeti. Un po’ di ragione ce l’hanno, soprattutto da quando la critica musicale si è fatta di manica larga, contribuendo massicciamente a quel fenomeno che Juan Rodolfo Wilcock chiamò “morte dell’arte per affollamento”. In effetti, il rapporto numerico tra artefici e fruitori va sempre più sbilanciandosi a vantaggio della prima categoria: tutti o quasi tutti scrivono, pochi leggono. Allargare le maglie conviene quindi alla massa, ignara delle conseguenze necessarie dell’egualitarismo e dell’appiattimento: tutti poeti, infatti, equivale a nessun poeta, l’eccellenza non si determina per legge ed è antiegualitaria per definizione.
Eppure ci sono musicisti che hanno scritto canzoni che stanno in piedi anche senza la musica. Suonate, certo, sono migliori, anche perché in alcuni casi il contenuto sonoro estremamente spoglio sembra davvero il minimo essenziale per conferire all’elaborato la dignità di canzone. Però, anche soprattutto alla luce di certe scelte recenti dell’Accademia, non sarebbe così insensato parlare di Nobel per Bob Dylan, anche se tra gli ebrei anglofoni io preferirei Leonard Cohen.

Da qualche giorno la mia città sembra un palcoscenico. Resta da capire di quale genere di spettacolo. Il figlio di Gheddafi viene tesserato dalla Sampdoria. Il presidente della Sampdoria, agiato petroliere, contrappone la candidatura dell’ex presidente degli industriali – e va a questo punto specificato che siamo nell’ambito della sinistra, in effetti non è così automatico - quella Vincenzi che potrebbe diventare il primo sindaco sampdoriano della storia della città; né esclude di candidarsi in prima persona. Il candidato sindaco dell’estrema sinistra, infine, è un poeta e filologo che, tanto per cominciare la campagna elettorale, avendo egli firmato i migliori studi esistenti su Gozzano, si lancia nell’elogio di un reperto del buon tempo andato, almeno a suo dire, e sostiene “bisogna restaurare l’odio di classe”. Fa un po’ impressione, detto in una città dove negli anni Settanta i morti ammazzati per terra non sono stati pochi, e il film è finito solo perché gli uomini di Dalla Chiesa hanno sterminato la colonnna genovese delle bierre dopo che i suoi uomini avevano ammazzato un sindacalista del Pci, “reo” di aver segnalato un postino brigatista alla Procura e lasciato solo da quel sindacato e da quel partito che troppo tardi e tuttora ne sbandierano la memoria.
Sanguineti è uomo che quando parla di Dante e Gozzano e Gadda e Lucini bisogna stare zitti per non perdersi una sillaba, ma quando parla di politica ogni tanto bisognerebbe fermarlo. Quella dell’“odio di classe”, infatti, non è la sua prima uscita pesante. Per limitarci alla penultima, risalente al Festival dei Saperi di Pavia dello scorso settembre, il professore così liquidò i moti di Piazza Tien an Men, cioè quando i carri armati di Deng erano passati sopra i manifestanti come succede nei cartoni animati: “Quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile”.
In quell’occasione, un corsivista che si firma “Rosso antico” scrisse sulla prima di cultura della Stampa quanto riporto e integralmente condivido:
Geloso della signora Rossana Rossanda, che sul manifesto aveva appena tessuto un nobile elogio dello sterminatore di masse Mao Tze Tung, il poeta Edoardo Sanguineti ha completato la riscrittura della storia cinese con una liquidazione definitiva dei moti di piazza Tienanmen: "Quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile", ha detto al Festival dei Saperi di Pavia. Il solito e agghiacciante relativismo morale: chi cade per mano di un comunista è un ragazzetto idiota, chi viene ucciso da un fascista è un eroico operaio (categoria che, per quelli come Sanguineti, è astrazione pura, non avendo essi mai lavorato in fabbrica). Si sperava che dopo tanti anni, e dopo tanti morti, si fosse raggiunto un minimo comun denominatore: gli assassini sono assassini, qualunque sia il disegno politico che li anima, e particolarmente orribili risultano coloro che, come Hitler, Stalin e Mao, hanno sterminato intere razze e classi sociali per inseguire un disegno di ingegneria sociale. Il poeta Sanguineti ci rammenta che non è così: esistono ancora dei ragazzetti di quasi ottant’anni innamorati del mito collettivista e della possibilità di estirpare l’individualismo come se fosse una carie, mentre è un impulso connaturato all’essere umano.

La premessa, lunghetta, è per inquadrare un altro grande evento che ha abbrunato Genova: la bocciatura, da parte della commissione selezionatrice del Festival di Sanremo, di una canzone, scritta proprio da Sanguineti, che avrebbe dovuto interpretare l’attrice Ottavia Fusco, una che avevo visto qualche tempo fa in uno spettacolo teatrale in un antico palazzo di Genova, lei è brava ma fu lo stesso una cosa penosa, un atto unico scritto da Sgarbi sulla morte di Cleopatra, i giornali avevano scritto che alla fine l’attrice restava nuda e si vedeva benissimo che il 150% degli spettatori era lì per vedere quel che l’indimenticabile conte Giovanni Castaldi chiamava “il pellicciotto”, qualcosa di simile mi era capitato anni fa allo Stabile con un’edizione di “Orgia” di Pasolini con Alessandro Haber protagonista, la ragazza invero monumentale era una certa Daniela Vitali, mai più saputo nulla. Ho ripensato a lei quando ho letto che nei primi anni Settanta a Roma facevano a pugni per andare a vedere uno spettacolo dove c’era una ragazza tutto il tempo svestita in scena, lo spettacolo s’intitolava “S.A.D.E. ovvero libertinaggio e decadenza del complesso bandistico della gendarmeria salentina” e questo basta per capire che era roba di Carmelo Bene, la ragazza invece nessuno lo immaginerebbe mai ma era Laura Morante.
Comunque, alla fine la canzone scritta da Sanguineti non andrà a Sanremo. La Fusco s’è imbestialita dicendo che se il paroliere non avesse conquistato le prime pagine con la storia dell’“odio di classe”, la canzone non sarebbe stata eliminata.
Stamattina i giornali locali hanno pubblicato il testo. Eccolo.

“Vola colomba, nella gabbia mia
Che è la più dolce e morbida che sia:
mio gru diletto, portami il tuo miele,
sono il tuo porto, e tu gonfia le vele:
caro stornello, bestia mia portatile,
accorri in grembo a me, forte volatile:
entra, usignuolo, nel mio buio nido,
e batti le ali, e scuotiti al mio grido”.

Che dire? Non so la musica, ma questi versi non si fanno certo preferire a quelli di molte canzoni di lignaggio meno alto. Esempi inutile farne, potrebbero essere migliaia. In compenso, questa sembra una cosa scritta da Elio in chiave parodica. “Buio nido”… “Forte volatile”… l’altra sera ho visto “Amici miei atto II” e la scena dell’esibizione dei Cinque Madrigalisti Moderni, direi che siamo lì. Meglio che Sanguineti faccia il sindaco. O no?

Pubblicato il 9/1/2007 alle 20.32 nella rubrica Politica.

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