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Quindici anni dopo, Tomas & Pato a Marassi

Di solito, per lavoro seguo poco il Genoa. Ma ieri era un'occasione speciale: la prima volta davanti al loro vecchio pubblico, e a quello nuovo che non ha fatto in tempo a vederli, per due ex attaccanti che - tra gli Ottanta e i Novanta - avevano scritto pagine importanti del calcio non solo genovese.
L'uno, il boemo Tomas Skuhravy, me lo ricordo quando facevo l'abusivo nella redazione genovese di un quotidiano nazionale. Lì lavorava Benedetto, un poligrafico che aveva la moglie cecoslovacca (allora non c'era ancora stata la partition mitteleuropea), che era quindi stato contattato dalla società per agevolare l'inserimento in Italia del calciatore. Ogni tanto Skuhravy veniva in redazione a trovare Benedetto, faceva paura da quanto era grande e grosso. In campo era un fenomeno.
L'altro, Carlos Aguilera, era arrivato a Genova un anno prima del boemo, ultimo di un trio di uruguaiani che nelle altre due componenti avrebbe avuto poca fortuna. Questo, invece, era forte parecchio. Piccolo e veloce, si integrava alla perfezione con Skuhravy.
Insieme, fecero cose meravigliose.

La storia non era lieta. I due, e la squadra, sfiorarono una clamorosa vittoria europea. Sembrava un inizio, era una fine. Il boemo ogni tanto esagerava, nottetempo. Il sudamericano anche, forse anche più, fino a cascare in galera per robe di neve e donnine. Fu un tramonto melanconico: Carlos venne ceduto, dicono perché il presidente ne era geloso, poi lasciò l'Italia; condannato in contumacia per quella faccenda, è potuto rientrare soltanto ora per via dell'indulto. Tomas, invece, restò a Genova ancora qualche anno, ma ormai non era più quello di prima. La sua ultima partita, con gol, dodici anni fa, fu quella della retrocessione. Benedetto è andato in pensione ormai da anni, a volte ci sfottevamo fin troppo parlando di calcio, era un brav'uomo e serio nel mestiere.

Ieri i due si sono ripresentati al loro pubblico, a quindici anni dall'ultima gara giocata insieme. Il presidente del Livorno era quello che, a Genova, li aveva divisi.
Quando loro giocavano, io non facevo lo sport, anzi nemmeno ancora facevo il giornalista. Bazzicavo una redazione, tutto qui. Quindi mi potevo permettere di fare ancora il tifo; non come adesso che ne va della credibilità ed è giusto e doveroso controllarsi in ogni riga che scrivo, anche se sarebbe ipocrita dissimulare o negare che sono sampdoriano, e pure tanto.
Quando loro giocavano, io non tifavo per loro. Ma ieri ero lì, al mio solito posto in tribuna stampa, a vederli invecchiati e appesantiti camminare sul campo. Mi sono alzato per applaudirli, ci sarebbe mancato altro. Poi mi sono seduto e ho scritto quel che segue. La cosa buffa è che quando devo scrivere del Genoa, succede sempre che qualcuno alla fine mi dice "Bravo sembri davvero uno di noi". E io non so mai come rispondere. Però ieri è stata davvero una strana emozione, sarà stato che vedere quei due mi ha fatto pensare ai quindici anni che sono passati, anche dentro di me. Così ho cercato di scrivere un pezzo affettuoso, perché era stato bello vederli giocare, un onore averli come avversari. Era l'omaggio di un sampdoriano a due grandi genoani, forse imperfetto ma sincero. Comunque è questa roba qua. Sembra parli di calcio, invece è la solita storia del tempo che passa e mi passa sopra.


la storia
di STEFANO RISSETTO
Chiedilo a una ragazza di quindici anni di età, “Ma chi erano mai Pato e Tomas?" lei ti risponderà. Dieci minuti di applausi, roba da Metropolitan, e un velo di commozione su venticinquemila sguardi, quando Skuhravy e Aguilera tornano insieme sul prato di Marassi, a quindici anni dall’ultima volta che furono eroi: è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già.
GLORIA - Passa la gloria, ultima bellezza rossoblù di un millennio fa. Per fortuna celluloide e silicio aiutano la memoria che si sfolla, tu non fare questo errore vivi sempre nel momento, cogli i fiori e tanto amore: quei due là, il piccoletto e il lungagnone, girarono le scene più belle, da quando il film del Genoa si fa in Eastmancolor. E chi ha più di trent’anni lo narra agli altri. "Da tanto aspettavo questo momento - dice Tomas – Pato meritava di vedere coi suoi occhi quanto i genoani gli vogliano ancora bene". "Non avrei mai creduto - sospira Pato a fine gara - in una gioia così".
E’ come in quelle novelle yiddisch, dove i vivi e i non più si stringono la mano: pochi minuti prima, un fiorire di rose rosse ai piedi della Nord aveva ricordato Andrea Lazzarotto, il giovane tifoso del Levante, morto per mano di uno sventurato, solo per tornare tutte le notti a chiedergli «Perché?». Ma la mestizia diventa emozione dolce, all’apparire dei due vecchi eroi.
TEATRO - Certo, i ragazzi mica si fidano, quando gli altri giurano che a fare la capriola, dopo ogni gol, era quello grande e grosso. E che capriole, lo imitava anche Vialli. Già, Vialli, che una sera disse al Pato: "Vieni da noi". E lui: "Tradire una donna si può, a volte si deve, non il Genoa". Perché in quegli anni non lontani, i gemelli genoani e quelli blucerchiati si legnavano due volte all’anno in teatro; poi come gli attori che fanno Cesare e Bruto, l’Iscariota e il Nazareno, Nietzsche e Marx, scendevano dal palco in camerino, via la biacca e il costume di scena, quindi insieme a tavola, tutti a caccia una donna e via, a truffare la malinconia.
ORGOGLIO - Mio Signore se ne piove di malinconia, e di orgoglio, e di ammirazione, per aver visto quei due fuoriclasse giocare, sudare, vincere e poi – certamente – sbagliare, invecchiare, come tutti. Dieci minuti di applausi, e un semigiro di campo a passi tardi e lenti, abbracciati come una volta, stessa camicia e taglia diversa, Pato e Tomas ce la mettono tutta per dissolvere l’arancione di un Sunset Boulevard. Hanno poco più di quarant’anni, tutto sommato; Marco Ballotta, che stava in porta per il Modena contro il Grifo, nel giorno più pericoloso di 114 anni, gioca ancora e questa settimana farà la Champions. Eppure sembra passato un secolo, un millennio anzi; infatti sono trascorsi, senza fare rumore, come un fiume che abbaia e lavora dentro le vene.
Quando arrivano sotto la Nord, a migliaia recuperano dal cuore i cori mai dimenticati, quelli che perfino le ragazze - nel riscaldamento prepartita... - cantavano ai fidanzati, specie se doriani, al posto del tema di Joe Cocker che andava di moda dopo "9 1/2 Weeks". E vorrebbero davvero che Tomas facesse la capriola; ma ormai il gigante boemo saluta con la mano, come a catturare la farfalla invisibile che vola tra passato e futuro, inafferrabile per tutti. Quanto a Pato, piccolo e rotondetto, davvero anatroccolo come lo chiamavano prima di scoprirne la narvalitudine, cerca di non commuoversi, come lo stadio intero. Coltiva la rosa bianca per ogni amico sincero: e quanti ne ha ritrovati, in questa giornata uggiosa, sotto un cielo color nostalgia.
NEMICO - Nemmeno si accorgono del mugghìo risentito che si leva dalla tribuna, quando dal bocchettone centrale sale al settore d’onore un signore in camicia bianca, che stringe una cerata gialla nella mano sinistra. Lui, al contrario di Pato e Tomas, è molto dimagrito rispetto a quel tempo là. Nei giorni scorsi Pato aveva detto: "Qualcuno non volle vincere lo scudetto". Emozionato anche lui, Aldo Spinelli, con il figlio Roberto e la futura nuora Sabrina, si acquatta nell’ultima fila accanto a Siri e a Cosulich. L’ex presidente e i suoi dismessi gioielli non si saluteranno più, almeno in pubblico. Perché la dimenticanza è l’unica vendetta e l’unico perdono.
SORRISO Dal parterre della tribuna, lanciano al Pato una sciarpa rossa e blu. Se la mette al collo, usando poi come scialle una bandiera uruguaiana. Sorride col sorriso di chi viva ad Atlantide, con un cappello pieno di ricordi e un principio di tristezza in fondo all’anima. Dentro di sé ha desiderato tanto questo giorno; e adesso scopre che vorrebbe essere altrove, sempre qui cioè ma diciassette anni fa, al principio del sogno, over the rainbow. Non bisognerebbe mai tornare nei posti dove siamo stati felici: lo pensava il Grande Gatsby e adesso anche Pato. Costava questo giorno, ma è valsa la pena viverlo. Coltivare una rosa bianca anche per il cattivo che ti strappa il cuore. Anche se ti ha rubato il sogno più bello, quello di uno scudetto. Ma non ti ha rubato la tua gloria, l’amore della tua gente: quelli sono sempre di Pato e Tomas. Al di là di questi anni. E di tutti gli altri.

Pubblicato il 17/9/2007 alle 15.41 nella rubrica Calcio.

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