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Bandiere nel vento


Stasera, prima di andare allo stadio, vorrei passare a salutare due persone che per mia fortuna sono stati miei compagni di banco per decenni, e io non mi capacitavo di essere lì accanto a loro, era davvero volato via il tempo in cui poco più che bambino li leggevo su quella che allora era l'unica rivista nostra, meno underground dei ciclostilati del Graffiti.

Ho avuto il privilegio di vivere con loro tutte le emozioni che adesso, decantate nella presbiopia del tempo, riaffiorano nella memoria temperate dal contrappunto delle immagini elettromagnetiche che ne fanno fede. Senza di loro, sarei stato molto diverso, non credo migliore. Ammiravo in Edoardo Guglielmino la figura imponente e statuaria, lo sguardo limpido di uomo buono e antico, il senso dell'umorismo inglesissimo che soltanto i siciliani di cultura ellenica possiedono, il valigione immenso di aneddoti pescati dal pozzo di una vita passata a fare il “medico della mala”, nei caruggi di una Genova che, trasfigurata dalla sua penna sottile e ispirata, diventava la Parigi di Hugo, la Londra di Dickens. Se fossi un editore, disporrei la curatela dei suoi scritti sparsi, dei suoi meravigliosi racconti, compresi quelli attorno al calcio che erano stati il mio primo modello, che mi avevano dato l'idea che forse la nostra squadra potesse essere davvero anche un tema letterario.

Penso molto a Edoardo in queste ultime ore, perché lo ha appena raggiunto nel suo altrove Dario G. Martini, un intellettuale tanto luminoso quanto oscuro, geniale e coltissimo, per nulla accomodante con le mode e quindi inchiodato al destino degli “uomini postumi”. Dopo una lunga carriera nello stesso giornale dove avrei lavorato io stesso per ventiquattro anni, fino a meno di un mese fa, si era dedicato al “secondo mestiere” che forse avrebbe dovuto essere il primo. Era un brillante storiografo, ma soprattutto un drammaturgo di straordinaria preveggenza. Ricorderò per sempre la prima de “Il latte e il sangue” all'Alcione, “La signora dell'Acero Rosso” alla Tosse, due testi immani, e ancora  “Colombo e la sabbia” al Fabbricone di Prato, la sera prima dell'ultima partita senza lo scudetto sulla maglia. Lavori di una preveggenza e lungimiranza da lasciare attoniti. Aveva letto tutti i libri, anche allo stadio se ne portava sempre uno per leggerlo prima della partita e nell'intervallo, avrò sempre il rammarico di non aver seguito abbastanza i suoi consigli, di non aver saputo scrivere il romanzo che voleva da me, di averlo forse tradito, rispetto a quello che sperava io avrei fatto.

Stasera, prima della partita, vorrei andare da loro, perché sono vicini allo stadio, e con loro c'è anche Mario Tortul, un carnico cui erano bastati cinque anni qui per piazzarsi a ridosso dei primi dieci marcatori di sempre. Era tornato a vivere a Genova, a fine carriera, ha voluto una foto da calciatore con la “sua” maglia blucerchiata per farsi ricordare.

Loro sono qui vicino, Arnaldo Bagnasco invece è a Chiusa Pesio, dove se ne era andato in un pomeriggio pieno di pioggia mentre io ero a Bardonecchia, a scrivere di un'amichevole del Doria appena finita. Era un genio, per le intuizioni di argento vivo, la dialettica tagliente, la conoscenza perfetta e personale di quel mondo della cultura italiana del dopoguerra che io avevo letto o al massimo orecchiato, dal teatro alla televisione alla musica d'autore. Anche lui fa parte di quel novero ristretto di persone eccezionali  incontrate grazie al comune sentimento per quei quatttro colori, altrimenti non ci saremmo mai incrociati.

Ero con loro tre, il 19 maggio 1991, davanti a una partita in sé scontata, finita dopo appena venti minuti, con la vittoria della squadra più forte contro un'avversaria che con quella sconfitta sarebbe retrocessa, eppure un girone avanti era stata l'ultima a battere la Sampdoria Campione d'Italia. Ero con loro tre, più o meno allo stesso posto dove sarò stasera, molto più solo certo, adesso. Il tempo è passato per tutti, ma a voi tre voglio bene e sempre ve ne vorrò come se foste stati gli antenati che avrei voluto avere.

Il padre no, ci mancherebbe, va benissimo quello che ho avuto. Il mio più grande colpo di fortuna. Lui stasera sarà a casa, ma me lo porto con me sempre, senza di lui non sarei niente. Un pomeriggio di primavera mi portò bambino a Genova, a conoscere una ragazza che non era una ragazza, aveva già venticinque anni.

Fu grazie a quell'incontro in aprile che venne quasi tutto il resto. Compresa la triste felicità di avere un album di ricordi con persone come Arnaldo, Dario G., Edoardo. Ora sono nel vento, com'è giusto sia per le bandiere.

Pubblicato il 23/8/2015 alle 13.53 nella rubrica Diario.

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